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Tra ulica Krochmalna e il Lower East Side. Lo Yiddishland nell’opera di I. B. Singer

Conference talk
XXXII Congresso Internazionale dell'Associazione Italiana di Studi sul Giudaismo, Università di Bologna, Dipartimento di Beni Culturali, Ravenna (6th September 2018)

Tags: Yiddish | Yiddish language | Yiddish literature

Abstract

Cinque lettere dalla Genizah del Cairo documentano una corrispondenza in yiddish, nel XVI secolo, tra Gerusalemme, Venezia e la capitale egiziana. Nella prima metà del Novecento, nei teatri e nei cinema di Varsavia, Mosca e New York, un folto pubblico di parlanti yiddish assiste agli stessi spettacoli nella stessa mame-loshn (“lingua madre”). Sono solo due momenti nella storia plurisecolare dello Yiddishland, un’entità spaziale definita dall’uso della lingua yiddish.
Lo Yiddishland è patria sovranazionale per eccellenza, terra smaterializzata e spazio le cui frontiere sono tracciate – e continuamente ridisegnate – dalla diffusione o dalla scomparsa della lingua comune. Negli anni del dibattito tra yiddishisti ed ebraisti, bundisti e sionisti, questa terra priva di confini fisici è oggetto di un nuovo sentimento nazionale che sfida la classica rappresentazione negativa della galut, l’esilio diasporico. La consapevolezza dell’esistenza di una nazione yiddish viene fatta propria dal Bund, che pone al centro della sua ideologia il concetto di doikeyt (l’essere qui, in opposizione alle aspirazioni sioniste per un altrove). Dortn, vu mir lebn, dort iz undzer land (“Dove viviamo, lì è la nostra terra”) è lo slogan diffuso dal partito socialista dello Yiddishland.
Se lo Yiddishland nel Vecchio Mondo è stato inghiottito dalla voragine del Novecento, esso viene ricostruito come spazio culturale nell’opera di autori emigrati oltreoceano a cavallo tra i due secoli. E allora il senso di un luogo definito dalla lingua assume il valore di un sito della memoria, divenendo una patria trascendente, una terra più o meno mitica.
Questo spazio di fantasmi prende vita nell’opera di Isaac Bashevis Singer (1902-1991), il più noto autore yiddish del dopoguerra. Molti dei suoi romanzi sono affreschi della vita ebraica in Polonia nel corso dei secoli. Seguendo le storie di personaggi sempre in bilico, il lettore assiste all’ubriacatura messianica del Seicento (Satana a Goraj, 1935) e agli stravolgimenti sociali del tardo Ottocento (La proprietà, 1969). E soprattutto conosce la Varsavia ebraica del primo Novecento (La famiglia Moskat, 1950; Shosha, 1978), prendendo familiarità con quella via Krochmalna, brulicante di vita caotica e miserabile, in cui l’autore era cresciuto.
Ma lo Yiddishland di Singer travalica l’oceano, includendo la New York yiddish prima della Shoah (Yarme e Keyle, 1957) e dopo (Nemici, una storia d’amore, 1972; Ombre sull’Hudson, 1997). Un luogo che, riflettendo l’esperienza umana dell’autore, si estende oltre lo spazio e il tempo seguendo quella «lingua in esilio, senza terra, senza confini».

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